Di Lucia Comparato
Rivista “Segno”, n°359,Novembre 2014
Quasi mille anni fa, Gregorio VII proclamò il carattere imperiale del papato. Otto secoli dopo, con il dogma dell’infallibilità, Pio IX circondò il pontefice di un’aura semidivina. Giovanni XXIII iniziò a umanizzare l’istituzione e il Concilio stabilì il principio di collegialità con i vescovi, fin qui poco applicato. Oggi Francesco, vescovo di Roma, semplice e diretto nel tratto e nella parola, respinge l’icona dell’onnipotenza e avvia riforme per rinnovare comunitariamente la Chiesa. Una rivoluzione impensabile senza l’abdicazione di Benedetto XVI. Nonostante i tanti lupi e il tempo limitato, la svolta non è impossibile.
La rivoluzione di papa Francesco, un vastissimo piano di riforme mirante al completo rinnovamento della Chiesa, non sarebbe possibile se non vi fosse stata la rivoluzione di Benedetto XVI. Tale può considerarsi, infatti, l’abdicazione, grazie a cui il pontefice tedesco “ha umanizzato il papato e lo ha desacralizzato” sottraendolo al mito della perpetuità. Lo afferma il vaticanista Marco Politi a p. 65 del denso saggio Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione, Laterza, Bari 2014, pp. 256. Di più: senza lo shock delle dimissioni, dice l’autore citando il porporato francese Paul Poupard, i cardinali elettori non avrebbero neanche avuto “il coraggio… di guardare al di là dell’oceano” (p. 26).
La “trasformazione missionaria della Chiesa” (p. 144), come la chiama Francesco, presuppone, infatti, l’umiltà di Benedetto che, ponendo volontariamente termine al suo pontificato, non ha esitato a mostrarsi debole, anziano, impossibilitato a governare: l’opposto di un monarca a vita. Su questa scia, fin dai primi istanti dopo l’elezione, il papa argentino ha potuto scalfire il carattere imperiale dell’istituzione pontificia molto più di quanto, in cinquant’anni, non avessero fatto i suoi predecessori (il processo era iniziato con Giovanni XXIII). Gli è bastato scegliere il nome del Santo d’Assisi, presentarsi con sobrietà e adottare un linguaggio semplice e diretto, privo di convenzionalità. Subito dopo, ha manifestato l’intenzione di rafforzare la collaborazione con i vescovi e di riformare la curia: chiara scelta di orizzontalità. Ha dato così inizio a un immane rinnovamento, difficile però, perché osteggiato da un branco pericoloso di nemici che Politi, con una metafora evangelica, paragona a un branco di “lupi” (Matteo 10, 16: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi”).
Nel presente scritto,dopo aver sintetizzato il contenuto dell’opera, affronterò i seguenti temi: il significato della scelta operata dal conclave; i gravi problemi della Chiesa; l’impresa di Francesco; ostacoli e nemici; i tempi della riforma.
Il primo capitolo del saggio mostra l’arcivescovo Bergoglio a contatto con la povertà, la delinquenza, l’assenza dello stato, ma anche la generosità delle “villas miseria” che contornano Buenos Aires, osservatori privilegiati per conoscere le periferie del mondo. Le raccomandazioni rivolte ai sacerdoti della diocesi esprimono concetti che ripeterà anche da papa: “esercitare molta misericordia in confessionale”, “dare subito le cose di Dio a chi le chiede”, avere “lo stesso odore delle pecore” (pp. 7-8 passim).
Il secondo capitolo si focalizza sul tumulto di sentimenti che agitavano l’animo di Bergoglio durante il conclave e sulle parole programmatiche “poveri” e “misericordia” che risuonavano in lui mentre l’eventualità dell’elezione si andava concretizzando.
Le urgenze della Chiesa
Nei capitoli successivi, Politi esamina le circostanze che portarono i porporati a “guardare al di là dell’oceano”; analizza situazioni e problemi cui Francesco ha dovuto far fronte immediatamente; ne presenta, in tutte le articolazioni, l’impresa di rinnovamento della Chiesa per concludere con l’ipotesi che i tempi di attuazione siano limitati.
I cardinali riformisti non individuarono subito Jorge Mario Bergoglio come loro candidato. Durante le Congregazioni generali, avevano delineato le caratteristiche di un papa che fosse uomo di fede, buon conoscitore del mondo attuale, aperto alla collegialità, in grado di riorganizzare il governo della Chiesa. Questa immagine, quando, il 7 marzo, Bergoglio tenne il suo discorso, si sovrappose al profilo da lui tracciato di un papa dinamico, dal volto lieto, pastore di una Chiesa evangelizzatrice, aperta, in grado di esercitare una “missione di misericordia” nelle periferie geografiche ed esistenziali del mondo. Durante il conclave, ad una graduale diminuzione del peso dei conservatori corrispose il sensibile aumento degli elettori che vedevano nella spiritualità e nella pratica pastorale dell’Arcivescovo argentino i tratti del pontefice necessario alla Chiesa d’oggi; finché, alla quinta votazione, novanta porporati non consentirono al papato di aprirsi “all’universalità, alle periferie del terzo mondo, alla globalizzazione del 21° secolo” (p. 56).
L’autore torna più volte sulle urgenze della Chiesa cattolica, che si possono così sintetizzare:
– gli scandali degli ultimi anni: la pedofilia; gli intrecci affaristici e finanziari dello Ior; la corruzione diffusa messa in luce dal Vatileaks;
– i problemi di governo: l’assolutismo papale; la struttura accentrata e verticistica della Chiesa; la mancanza di una reale collegialità; la Curia, intesa anacronisticamente come struttura al servizio del governo pontificio; i rapporti con le Chiese cristiane, con le altre religioni, con i non credenti; la crisi delle vocazioni; il ruolo assolutamente marginale dei laici; la posizione della donna;
– le questioni che tendono ad allontanare la Chiesa dal comune sentire sociale, individuabili nei cosiddetti principi non negoziabili: “inviolabilità della vita dal concepimento alla fine naturale, indissolubilità del matrimonio tra uomo e donna, libertà educativa cioè dovere statale di finanziare le scuole cattoliche” (p. 30).
La Chiesa “madrepastora” a cui il papa pensa, è umile, coerente, sorridente, dispensatrice di misericordia,comunitaria, missionaria ed ecumenica, consapevole del pluralismo del mondo attuale, avversa all’integralismo, in grado di confrontarsi con la contemporaneità e di collaborare con i non cristiani e con l’umanesimo laico. Una Chiesa che riprenda il cammino conciliare interrotto senza temere di rendersi trasparente.
Consiglio cardinalizio, sinodo, curia
Tra i primi atti del governo di Francesco, vi è stata la nomina di un consiglio ristretto di cardinali, con finalità consultive e con il compito di redigere un nuovo statuto per la curia. Sono nate altresì commissioni per risanare lo Ior e armonizzarne la funzione con la missione della Chiesa, per semplificare le strutture economico-amministrative della Santa Sede e per combattere il riciclaggio di denaro sporco. L’operato del pontefice è stato facilitato dal fatto che le dimissioni del predecessore hanno comportato, secondo il diritto canonico, quelle dei massimi esponenti di governo.
Contestualmente, sono in atto riforme per ridimensionare la struttura verticistica della Chiesa a qualsiasi livello:
– il Papato: Francesco ha detto di sé di non essere un principe rinascimentale. Peraltro, il presentarsi come vescovo di Roma e l’avere definito la sede romana la “Chiesa che presiede nell’amore”, è un esplicito passo avanti verso l’unità con le Chiese Orientali.
– Il Sinodo dei vescovi: il pontefice non può governare senza orizzontalità, senza “fare strada insieme” (è questo il significato del termine “sinodo”) con i vescovi. Da qui lo spirito e il metodo di svolgimento del primo sinodo della nuova era su “le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della evangelizzazione”, dedicato anche alle pressanti questioni della comunione ai divorziati risposati, della contraccezione, della teoria del gender, della pastorale rivolta alle coppie omosessuali. La base della discussione è un Instrumentum laboris che raccoglie – novità assoluta – i risultati di una consultazione preliminare tra i fedeli di tutto il mondo. E’ un sinodo allargato ai rappresentanti di altre Chiese cristiane, oltre che a 16 esperti e a 38 uditori, tra cui 13 coppie di sposi. Per quanto sia ancora bassa la percentuale femminile – circa il 10% – è senz’altro nuova e significativa la formula voluta dal Pontefice: un pluralismo di voci, incluse quelle dei non cattolici, dei laici e delle donne, fin qui poco ascoltate nonostante le direttive del Concilio.
– La curia: l’intendimento è di trasformarla, da comando generale della Chiesa, “longa manus” del papato, in strumento di raccordo al servizio del pontefice e dei vescovi, in aiuto alle Chiese particolari.
– Le Conferenze Episcopali: la riforma si muove nella direzione dell’autonomia, perché diventino “soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale” (Francesco, Evangelii Gaudium, 24.11.2013, cit. da Politi a p. 149), fino ad occuparsi, con i Vescovi locali, dei sospetti di presunta eresia per i quali attualmente è competente Roma.
– Organi consultivi della diocesi: saranno rafforzati e, al loro interno, i laici troveranno uno spazio più rilevante. Francesco intende altresì inserire le donne “nei centri decisionali della Chiesa” (p. 152), pur considerando chiusa la questione del sacerdozio ordinato femminile. Al riguardo, Politi dedica un capitolo alle“parroche nascoste” senza le quali, a causa della crisi delle vocazioni sacerdotali – altro urgente problema – molte parrocchie non potrebbero sopravvivere.
Sono tanti i “lupi” che si oppongono alle riforme appena illustrate, sia tra i prelati che tra i laici. L’autore ne parla trasversalmente, ma dedica al tema, in modo specifico, il 13°capitolo e lo completa nei due successivi, a proposito, rispettivamente, della “guerra dei cardinali” e del “nodo italiano”.
Questi oppositori non sono soliti muovere le loro obiezioni apertamente: in pubblico si mostrano ossequiosi e prodighi di consigli, dietro ai quali mascherano le critiche oppure scelgono il silenzio – tanto, si sa, le riforme richiedono tempo e un papa passa presto. A raccogliere e pubblicizzare le accuse sono, piuttosto, siti internet, blog e giornali conservatori. I laici fanno da cassa di risonanza agli ecclesiastici. In Italia, per esempio, il “Foglio” di Giuliano Ferrara porta avanti una campagna che avversa qualsiasi ipotesi di riforma.
Chi sono gli avversari di Bergoglio? Tra loro si enumerano difensori della tradizione e del primato della dottrina nonché cultori dell’assolutismo, che difendono la sacralità del soglio pontificio e criticano la sinodalità e il progetto di parziale autonomia delle Chiese nazionali; conservatori,che vorrebbero continui interventi contro l’aborto, l’uso dei contraccettivi, l’omosessualità.
Alcuni osteggiano l’apertura verso le altre religioni e non accettano, per esempio, che un pontefice lavi ipiedi a una donna, per di più musulmana e per di più dentro un carcere minorile, come avvenne il giovedì santo successivo all’elezione.
A proposito di donne, tanti si oppongono al loro ingresso nei posti di comando – ma, al riguardo, neanche sul versante femminile mancano critiche a un progetto ritenuto troppo blando perché esclude l’accesso al sacerdozio ordinato.
Molti non accettano il dialogo con i non credenti perché “vedono in ogni critica e polemica il segno dell’Anticristo” (p. 95) e accusano Francesco di soggettivismo morale per aver detto a Eugenio Scalfari che “ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce” (Francesco, “la Repubblica”, 11.09.2013, cit. a p. 182). Le critiche riguardano anche la condanna, da parte del pontefice, del neoliberismo selvaggio, in linea, peraltro, con la dottrina sociale della Chiesa e con gli interventi degli ultimi papi. I suoi avversari lo accusano, di volta in volta, di marxismo, demagogia, populismo, pauperismo.
Lupi più rapaci
Nemici si annidano nella curia: sono i tradizionalisti, irritati dai richiami ad uno stile ecclesiastico più pastorale e coloro che temono che il rinnovamento e l’esortazione alla sobrietà possano intaccare interessi personali, stipendi e carriere.
Difficili anche i rapporti con la CEI perché, come scrive Politi, “la Chiesa italiana, benché caratterizzata nelle sue varie articolazioni da un forte impegno sociale, è sempre stata abituata a considerarsi primariamente come istituzione di comando: sul piano dottrinale e nella dimensione socio-politica” (p. 208). In materia di “principi non negoziabili” ha sempre impedito ai laici di esprimersi liberamente e ha praticato fortissime ingerenze. Bisognava che giungesse Francesco per dichiarare chiusa “l’era in cui il Vaticano si intrometteva nelle vicend epolitiche italiane” (p. 216).
Ma i lupi più rapaci sono quelli che, abituati a prosperare nel sottobosco del malaffare tra le due sponde del Tevere, temono la trasparenza nella gestione delle finanze e degli affari vaticani. Pericoli molto seri, fino al rischio per la vita, secondo il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri, provengono dalla criminalità organizzata, che non può più contare sullo Ior e su altri centri di potere per riciclare il denaro sporco.
Una situazione difficile, dunque. Non che manchino appoggi e plausi, ma quale sarà il peso effettivo dei sostenitori, a fronte di tante critiche? Quanti tra loro sono realmente intenzionati a far seguire i fatti alle parole? Dice, al riguardo, il vescovo Giancarlo Bregantini: “Il rischio è che, nonostante tutti dicano che è ‘santo, buono e bravo’, alla fine il pontefice rimanga solo” (p 191). Su questa solitudine Politi insiste nell’ultimo capitolo.
Il saggio si conclude cercando risposta a un interrogativo di non poco conto: quanto tempo ha a disposizione il pontefice per portare a termine le riforme? Lui stesso ha parlato di pochi anni, suscitando ulteriori interrogativi : ha forse problemi di salute? O allude all’età? Oppure, come è plausibile, si riferisce a un’abdicazionenel momento in cui gli mancassero le forze e considerasse conclusa la sua missione? In fondo, dice l’autore, a Giovanni XXIII bastarono cinque anni per modificare il volto della Chiesa. Paolo VI, sostenuto da tanti padri conciliari, completò il suo operato. L’auspicio è che crescano i fautori della rivoluzione di Francesco e che il successore ne raccolga il testimone.
